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Waterfront, o under water?
Filippo Lubrano
8 Maggio 2010 ore 11:20, (Notizie: Editoriali)
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Progetti di waterfront a confronto: stiamo sbagliando qualcosa?
Museum of Modern Arts, altresì detto MoMA, aprile 2010. Accanto alla mostra di Tim Burton che attira folle di fan cinematografici ed all’esposizione permanente dei grandi nomi dell’arte moderna - da Picasso a Rothko passando per Giacometti e Bacon - in un’ala al primo piano del museo fa bella mostra di sé un’esposizione fatta di plastici di ponti ed isolotti a punteggiare una baia dalla forma nota.

Nell’anticamera dell’open space campeggia un’enorme linea verticale con tre tacche. La prima, all’altezza dei nostri piedi, rappresenta il livello del mare com’è oggi. La seconda, quello del mare come sarà entro la fine del secolo, nella più ottimistica delle previsioni. La terza, che ad un primo colpo d’occhio forse gli avventori più disattenti faticano a notare, tanto è alta, quello nell’ipotesi più pessimistica.

Entrando nell’open space, la baia dalla forma nota assume i connotati immediatamente riconoscibili dello skyline di Manhattan. Una Manhattan monca, però, parzialmente sfigurata. Battery Park e tutta la zona “downtown” è cancellata da una marea azzurra, sostituita a tratti da decine di piccole isole artificiali che, come spiega freddamente la legenda, “serviranno a contrastare i sempre più frequenti fenomeni di onde anomale e tempeste tropicali”.

L’acqua dell’Oceano penetrerà dentro l’istmo più famoso della Terra anche da altre direttrici: metà Chelsea verrà inondata, mentre l’Hudson si espanderà impietoso ad est come ad ovest, togliendo terra con le sue grandi fauci umide equamente al New Jersey e all’Upper West Side.

Bene, questo è lo scenario più catastrofico, dunque? No, questo è quello ottimista: questa è la New York che vedranno certamente i nostri figli e nipoti nel 2100. Sei piedi sei, e piedi nel senso di “feet”: basteranno due metri scarsi per mortificare le principali città marine del mondo, ridisegnare le coste per sempre, dando finalmente un senso compiuto, macabramente ironico, a quella che non a caso in origine fu chiamata “Nuova Amsterdam”. Immaginate cosa succederebbe nello scenario “ad alto impatto”: un innalzamento di venti piedi, ovvero 6 metri abbondanti, rischierebbe di spedire sottacqua il grosso delle nostre città marine, con scenari davvero apocalittici.

Per quanto collocata dentro un museo, non si tratta qui dell’opera d’arte visionaria di un eccentrico artista, ma del frutto di un panel – commissionato da Bloomberg stesso, ovviamente senza badare a spese - dei migliori studiosi al mondo nei loro rispettivi settori. La domanda che la mostra insinua nei visitatori non è dunque se, ma piuttosto quando la previsione diverrà realtà, in tutta la sua tremenda portata.

Che il lavoro voluto dal sindaco della Grande Mela, destinata a breve a bacarsi, non sia solo frutto di un colpo di sole degli scienziati newyorkesi a Central Park lo testimonia un’azione simile intrapresa dalla città di Tokyo, che da dati ben diversi è arrivato alle stesse conclusioni. Senza allontanarci troppo da casa nostra, comunque, basta citare il titanico progetto del Mose veneziano in quella che rimane la città più fragile al mondo per quanto riguarda l’innalzamento del livello del mare, per capire quanto il problema sia reale e cogente.

A New York, lo studio non ha scaturito panico – com’è successo invece a chi vi scrive, che per un attimo si è sentito più o meno come dev’essersi sentito Kevin Costner in Waterworld, solo senza branchie dietro le orecchie - , ma una razionale pianificazione, coerentemente con il celeberrimo pragmatismo americano: nei plastici e sui pannelli di compensato si leggono le risposte tangibili di una città che riprogetta il suo waterfront non badando tanto all’estetica quanto alla sostanza: mercati ittici ridisegnano la costa e riscoprono professioni dimenticate, le passeggiate s’inabissano e risollevano su piattaforme galleggianti, creando porzioni di città davvero “liquide”, non solo nel senso allegorico di Bauman.

È questo l’unico atteggiamento plausibile, d’altronde. Un aspetto che nel pur pregevole progetto architettonico di Llavador, ovviamente, non viene neanche lontanamente considerato, e sul quale nessuno dei suoi colleghi si è d’altronde mai seriamente fermato a riflettere. Ma un progetto che ridisegna un fronte a mare non può prescindere da un’analisi stocastica di come questo mare sarà nel futuro: non si tratta qui di un bisogno puntuale, hic et nunc, ma piuttosto di qualcosa chiamato a gestire situazioni to-be, scenari diversi, flessibili.

Mentre la nostra città s’interroga dunque sull’interramento di viale Italia o sul cono d’ombra che proietterebbe un grattacielo di 25 piani sulla passeggiata Morin, forse varrebbe la pena di considerare di ammortare quel milione di euro investito nel concorso di idee su un lasso di tempo sufficientemente più ragionevole di qualche lustro, e che tenga in considerazione dunque variazioni del livello del mare magari meno sensibili che oltreOceano, ma comunque sostanziali, se la teoria dei vasi comunicanti non c’inganna.

Perché se tra qualche decennio Piazza Europa sarà il bagnasciuga della città, il problema non sarà capire se questo o quel grattacielo risulterà gradevole agli occhi dei turisti del XXII secolo, ma piuttosto se sarà alto a sufficienza per garantire riparo a chi, là sotto, il waterfront potrà vederlo solo tra i flutti. Con boccaglio e mascherina.

Fonte: "La Gazzetta della Spezia"
Filippo Lubrano
 
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