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La Loggia e le sue sorelle
Filippo Lubrano
10 Gennaio 2009 ore 16:51, (Notizie: Editoriali)
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Dietro il significato dei (pochi) centri d’aggregazione della nostra città. Collocati in zone “malfamate”, che sempre più spesso trovano la forza di riqualificarsi da sole.
E dopo il Peola, venne la Loggia. Il bar ritrova il suo ruolo sociale anche alla Spezia, anche all’epoca di Facebook e degli sms. E lo fa in zone povere, che in mancanza di interventi dall’alto trovano modo di riqualificarsi da sole.
Che poi, anche l’appellativo stesso di “bar” sta un po’ strettino a questi luoghi dove la gente non viene solo a bere, non viene solo a parlare con un amico. Si crea un senso di appartenenza, un legame a doppio filo, una complicità tale da sfociare nella possessione: si è contenti se il posto frequentato è pieno, ma dall’altra parte, intimamente, a stento si cela una gelosia che poi forse è tutta spezzina, e ti scopri allora a pensare, con vergogna, che “io c’ero prima e voi chi siete?”, e vorresti sbatterli fuori, dal tuo bar, dal tuo spazio speciale, questi avventori che non capiranno l’anima che abita questi posti se non dopo qualche mese di duro esercizio di sollevamento del boccale.
Non si trova spiegato in nessun libro di teoria, il significato recondito di locali come la Loggia de’ Banchi, il Portrait, oppure, spostandoci già ad uno step successivo della serata, lo Shake, la Skaletta: luoghi che raramente figurano sui giornali, ma al cui interno accadono già cose, s’incontrano persone, menti avvinazzate o lucide si confrontano su temi, nascono sinergie, sinestesie, l’artista col poeta, il poeta col regista, il regista con suo cugino – il cerchio non si chiude, no –, ognuno si racconta si dice si chiacchiera e vengono fuori storie, bozze di progetti, deliri senili o di gioventù, e la città prova a ripartire, formandosi la sua propria classe dirigente, dal basso. Unico criterio: il carisma, e la predisposizione a socializzare, tutt’al più.
È da posti come questi che rinascono le città, oggi che le piazze non parlano più, e serve per forza un bicchiere o calice che sia in mano per far nascere un discorso, per attaccare bottone, cercare vita nelle pieghe di quelle altrui.
Ora, risulterà al lettore disattento singolare che locali di questa sorta sorgano sempre laddove meno te lo aspetti.
Il fenomeno-Loggia è racchiuso tra le due vie più pompose della città: corso Cavour da una parte, la regina via Prione dall’altra. In mezzo, qualcosa che assomiglia a un Far West, o almeno al deserto dei Tartari di Buzzati: un luogo-non luogo, nel cuore della città, con palazzoni dai grandi citofoni, sottopassi dimenticati da Cristo.
La Skaletta nasce in un’eterna incompiuta della città: dietro la Spallanzani, vicino all’Acam. Un posto così striderebbe col mondo, eppure è lì, ogni maledetto weekend, a far suonare gruppi che altrove riempirebbero i palazzetti ma per suonare nei cento metri quadri scarsi della “Skala” fanno la fila come tutti gli altri, per omaggiare a questo tempio sconsacrato e inconsacrabile della musica, che ha anche il merito di sperimentare e dar l’occasione da sempre ai giovani gruppi locali di suonare e mettersi in mostra.
E così è per il Portrait, o Bacchus, o lo Shake che addirittura sfocia nella periferia vera e propria, eppure è vivo, si muove, vivendo dell’intramontabile fascino del brutto, con un’architettura interna che pensi non andrebbe bene neanche come bilocale, e invece riempie di decibel e carni le serate di chi è un po’ come lui.
In ogni caso, la serie di coincidenze ci induce a dedurne una regola: e se regola c’è, è che posti come questi possono nascere solo laddove è avvertito almeno in parte un disagio, perché solo laddove c’è disagio c’è voglia di sovvertire il destino, o semplicemente necessità di affogarlo in un paio di bicchieri di cognac.
Se ieri era Gino Patroni, dunque, domani chissà quale targa sarà: di certo, c’è solo che la collocazione non sarà da ricercare tra le vie mappate dalle cartine turistiche, ma piuttosto in una qualche traversa di Corso Cavour, o nella via Valdillocchi che è già propriamente periferia, e piana industriale. Oppure giusto dietro la Spallanzani, tra cani senza museruola e graffiti che qualcuno vuol cancellare ma invece già sono arte. È l’eterna storia di chi non capirà mai, fino a che non sarà troppo tardi.

(Fonte: "La Gazzetta della Spezia")
foto (splendida) tratta dall'album Flickr di Manubi_75
Filippo Lubrano
 
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andregua
30.3.2009 ore 11:12
Complimenti! Hai colto in pieno l' anima, i meccanismi e i pensieri delle serate spezzine e degli spezzini, trovando il filo conduttore che lega questi locali e che quindi lega un pò tutti quanti noi................gente da goti!.................ma non solo!
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