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Elezioni spezzine: la politica sa ancora parlare?
Filippo Lubrano
9 Giugno 2007 ore 02:47, (Notizie: Editoriali)


Attenzione: notizia della testata giornalistica "Spezialmente", attiva dal 7.4.06 all'11.4.08


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Analisi in cinque punti del voto degli spezzini alle amministrative. Ivi compresi gli astenuti.
La prima cosa è l’affluenza. Drammaticamente bassa (65% per le comunali, addirittura 59% per le provinciali) nonostante la durata - infinita: 6 mesi – ed il tenore – squillante, sebbene sui contenuti ci sia da riflettere – della campagna. La tanto temuta scollatura politica-cittadini è infine avvenuta, e questo è tema ben più grande di un’elezione amministrativa: la politica di oggi è incapace di parlare alla gente. Non è solo questione di lessico, ma di obiettivi, di modi di porsi, di approcci. E di chiarezza circa la “visione del mondo”, che tutti i blog e le lettere agli elettori di questo mondo non possono supplire. Se la politica oggi ha perso gran parte della sua capacità di far presa sugli elettori non è colpa di Federici né di Burrafato: il cammino comincia da lontano, da Tangentopoli almeno, ed arriva fino ai giorni nostri dove la sensazione è che lassù, nelle stanze dei bottoni, ci si riempia la bocca di belle parole da dare in pasto al volgo ignobile per imbonirlo, e non si decida poi davvero niente.
Ma il volgo poi così ignobile non è, e con strumenti vecchi (i giornali, le riunioni, di partito e non, i volantini, i manifesti elettorali) e nuovi (Internet, soprattutto), aumenta di giorno in giorno la propria consapevolezza, le proprie decisioni. Ed è proprio di questo che i partiti devono rendersi conto: che l’astensione di oggi non è figlia del menefreghismo, ma già una manifestazione, un sit-in, uno sciopero doloroso. E’ un partito a sé stante, sono voti congelati che aspettano di essere riassegnati, voci di persone per cui non andare a votare non è stato un modo di passare una domenica in famiglia, ma è costato sudore, sofferenza. Presenze-assenze che urlano forte: “io non ci sto”. La marea delle schede bianche si spiega anche così: e forse c’è da ripensare a come declinare lo strumento della Provincia, se al dato già bassissimo di affluenza si aggiunge che così tanta gente ha deciso di recarsi alle urne ma di non esprimere alcuna preferenza. Come se non facesse alcuna differenza, come se poi alla fine non importasse davvero se: è questa l’informazione che non si legge nei dati, è questo il silenzio che bisogna interpretare. Un dato che gli ingenui o gli scaltri leggeranno come ignavia, ma in realtà è una presa di posizione mascherata, insonora ma non invisibile. Una presa di posizione che, alla fine, ha permesso a Fiasella di vincere portando a casa solo poco più di un quarto dei voti (il 29%) dei potenziali elettori totali. Roba su cui riflettere, materiale da psicanalisi, quasi.

La seconda cosa è il fattore Schiffini. Se il feudo rosso questa volta per una lunga notte ha tremato è merito soprattutto dell’imprenditore di casa nostra, che ha puntato tutto su dragaggio e provocazioni (assoldandone il maestro, Oliviero Toscani: e che colpi di cannone, infatti!), ed è riuscito con un programma snello – troppo? - ad esercitare il suo appeal su un gruppo di elettori principalmente giovane ma in ogni caso trasversale, rubando voti a destra e a manca (beh, forse più a manca) e riuscendo così nell’intento di ancorare la propria nave se non in giardino, almeno dalle parti di Piazza Europa.

La terza cosa è il Partito Democratico, e il vento di cambiamento in generale che soffia a sinistra. Dire che il tentativo Pd è già fallito prima di cominciare sarebbe come dare giudizi sulla velocità di crociera di un’imbarcazione mentre se ne sta costruendo lo scafo. Le elezioni amministrative, in questo senso, sono state un campionamento iniquo, improvvido se vogliamo: a cantiere aperto, i fumi sono principalmente tossici, e ad un elettorato che, forse per la prima volta nella sua storia, anche in questa città si trova a trattare i temi dell’immigrazione e della globalizzazione su larga scala, non potevano che dare alla testa. Su questi temi, è evidente, la sinistra è indietro (ed il Pd, appunto, serve soprattutto a dare un nuovo paradigma per recuperare il terreno perduto): la giustizia, per molti, è un concetto ad esclusivo appannaggio della destra, che se ne fa scudo e spada al contempo, rintuzza e rilancia. Quell’8% mangiato ai diretti concorrenti in 5 anni viene più dalla richiesta di sicurezza dei cittadini che dalla “rendita da opposizione”, per riprendere una delle (rare) espressioni felici dell’ex ministro Tremonti: erano davvero una sorta di “elezioni di mid-term”, ma è anche vero che forse l’inabilità nazionale su scala locale non conta così tanto. Forse è solo che sta salendo la voglia di cambiare, di provare a vedere come sarebbe se, mettendo in gioco altri attori, rompendo trame e poteri consolidati.

La quarta cosa è un’ombra. Ombra non eterea, ma concreta, sostanziale. Quella del ballottaggio che non è mai stato così vicino come questa volta: più di uno spauracchio, dunque, e di questo Burrafato avrebbe davvero di che sorridere (più di Berlusconi, almeno, che voleva vedere nel dato aggregato una scusa per ribaltare tavoli e poltrone), non fosse stato un po’ troppo spavaldo in campagna (“Ma che ballottaggio? Io vinco subito”). Ma in realtà, il vero beneficiario di quello che è successo nella lunga notte del 28 maggio è il futuro erede alla poltrona di candidato sindaco del centrodestra alle prossime amministrative. Lì, una frase come quella di Burrafato potrebbe diventare qualcosa di più di una semplice “boutade”, se la diaspora dei voti proseguirà secondo il trend odierno.

L’ultima cosa è il nuovo, che nel 2007 si muove su due direttrici: giovani e donne. Le facce inedite sono finalmente tante, alle comunali come alle circoscrizionali, anche se i casi di self made men e women sono rari (alcuni, comunque eclatanti). Il governo di tecnocrati alla Montezemolo pare quanto di più distante in una città che principalmente preleva a piene mani dai ranghi partitici, e speriamo sappia ora comunque distribuire secondo capacità e competenze, andando oltre le logiche di spartizione-incentivi-ringraziamenti a tavolino. Non foss’altro: per togliere ai maliziosi l’idea che ricambio generazionale e quote rosa siano state fatte col contagocce per un’operazione di restyling solo di facciata.
I detrattori di Federici hanno puntato tutto sulla sua presunta “incapacità di decidere” e sul suo essere “ingranaggio del sistema”. Al Gran Ballo delle Poltrone di fine primavera, ecco subito la prova della verità per il nuovo primo cittadino.

Fonte: "La Gazzetta della Spezia"

Filippo Lubrano
 
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