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In cima al monte, dove il cuore del Giro batte più forte
mosca
23 Maggio 2007 ore 12:01, (Notizie: Editoriali)


Attenzione: notizia della testata giornalistica "Spezialmente", attiva dal 7.4.06 all'11.4.08


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Viaggio al Santuario di Nostra Signora della Guardia, nei pressi di Genova, dove era posto l’arrivo della decima tappa, che ha visto protagonista la nostra provincia.
Il Santuario è in cima a un cocuzzolo sotto il quale si stende la vallata, smisurata e sonnecchiante, come se si dondolasse su un’enorme e invisibile amaca. Da lassù si vedono i tornanti che il gruppo affronterà per raggiungere il traguardo. Il Santuario, luogo di preghiera, che per un giorno cambia l’oggetto delle sue invocazioni e trasforma gli amen sussurrati in olè danzanti e gaudenti, palese affronto alle penitenze dovute ai celesti. Ma i nomi che rimbalzano nelle curve e sugli strappi sono quelli di Cunego, Riccò, Simoni, Di Luca. E nell’aria si respira voglia di bici e voglia di Giro.
Risalendo l’erta, in quella nostra improbabile ascesi mistica dietro le ruote degli organizzatori, i tifosi che, come piccoli Danti, scalano il loro personale Purgatorio esclamano di meraviglia e di invidia. La reputazione da vip ce la costruiamo bruciando la frizione del nostro mezzo, alle prese con un’erta dura anche per le quattro ruote. La voglia di scimmiottare le persone importanti ci passa quando ci intimano di parcheggiare giù per una discesa di 800 metri, ripida come uno scivolo all’Aquafan. Noi rispettiamo i comandi e ci inerpichiamo per un sentierino, spacciato per scorciatoia. In realtà è una rampa durissima, senza un filo d’ombra, su cui si stampano i nostri muscoli. Arriviamo in cima sudati e trafelati e senza quasi accorgercene ritroviamo le nostre smorfie di dolore sul pass che ci consegnano gli organizzatori. Si ricordano di noi, dall’anno scorso. Per motivi disciplinari. Siamo i “discoli” della stampa. Ci scusiamo dicendo che stiamo migliorando, soprassedendo palesemente sulla nostra rampicata selvaggia alle spalle degli addetti ai lavori. D’altronde che colpa ne abbiamo se noi abbiamo il via libera e Moser no?
Tempo di fare un passo in sala stampa e mangiare un panino e già ci buttiamo giù in discesa a rotta di collo verso il traguardo. Siamo nel dietro le quinte del Giro e ci sentiamo un pendolo che oscilla tra la confusione e l’incredulità. C’è il palco delle premiazione, lo studio en plein air del “Processo alla Tappa”, ci sono i tifosi, tanti, quelli vip e i comuni mortali, ci sono i giornalisti. Avviciniamo Marco Pastonesi della Gazzetta: anche lui si ricorda di noi dall’anno scorso. Quattro chiacchiere, una stretta di mano e poi sull’attenti perché stanno per arrivare i corridori. Dalla nostra postazione si vede un puntino giallo in mezzo alla strada. Piepoli alza le braccia e vince in solitaria. Dietro fanno capolino Di Luca, Schleck, Simoni, Riccò. Tutti ci passano ad un centimetro. Nella confusione che c’è in mezzo alla strada quasi ci sfugge Gimondi. Popovich si appoggia alle transenne per non cadere, Cioni si accascia a terra col volto teso e segnato dal sudore e dalla fatica. E’ tutto un mulinare di braccia e macchine fotografiche che sembrano kalashnikov; quasi non ci si riesce a muovere. Passa anche Brontolo Noè, trentotto anni suonati e nuova maglia rosa del gruppo. Quando transita la macchina di fine corsa lo champagne delle premiazioni è già stato versato e la gente inonda la strada coi suoi colori e col suo calore.
Uno sguardo ancora in basso e ci sono sempre tante sagome, come piccoli indiani, che hanno aspettato tutta la giornata e ora scendono verso casa, un po’ più rosa nel cuore e un po’ più rossi nel viso. Il Giro passa e lascia sulla strada la sua scia: le scritte gli striscioni, la passione, palpabile nell’aria calda di un pomeriggio di maggio un po’ diverso dagli altri. Noi saliamo di nuovo. Ci sono le conferenze stampa di Piepoli e Noè e non ne perderemmo un pezzo neanche per tutto l’oro del mondo. Chiamatela pazzia. E’ l’ultimo avamposto prima di tornare alla macchina. Il sole già lascia all’ombra parte della vallata. Il Santuario resta lassù imperturbabile, fortino inespugnabile, cuore pulsante di bici, cartelloni pubblicitari e maglie multicolori. Il circo del Giro, nomade e pullulante del piacere della diversità, smonta i suoi tendoni. Da domani il Santuario sarà di nuovo dedito a Dio e ai turisti, pellegrini e anime perse. Per un giorno il Dio è stato il Giro e i turisti i pellegrini del tempo che scorre, scandito dal cronometro che segna le distanze. E avvicina la gente, certo.
mosca
 
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