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Duepuntozero, ovvero il Web che emana dal Web
Filippo Lubrano
5 Aprile 2007 ore 17:35, (Notizie: Editoriali)


Attenzione: notizia della testata giornalistica "Spezialmente", attiva dal 7.4.06 all'11.4.08


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A Parigi conferenza dell’Andese sulle opportunità del Web nuova maniera. Dalle università alle imprese, tutti i vantaggi (e i limiti) delle telecomunicazioni partecipative.
Non è certo una folla quella riunita nell’auditorium centrale della Sorbonne di Parigi per assistere all’ottima conferenza organizzata dall’Andese (www.andese.org) sulle opportunità (e, implicitamente, le minacce) del Web 2.0 per il futuro delle imprese e della formazione. Il pubblico è ristretto e selezionato: addetti ai lavori, soprattutto, qualche raro giornalista che però solo in taluni casi sopravvive all’intera maratona a staffetta (oltre 30 relatori) corsa sulla distanza di 9 ore comunque generosamente cadenzate da lauti rinfreschi e pause relazionali.
Alla mia sinistra, effigi di Pasteur, Bossuet, Descartes e Racine mi ammoniscono con la severità delle loro parrucche ricciolute, prevenendomi da ogni distrazione. Il ritmo è comunque disteso, i relatori preparati e pronti alla battuta.
Si comincia dalla base dell’iceberg, ovvero dalla formazione. E da subito è evidente come i problemi dei cugini d’Oltralpe siano anche i nostri: pochi ingegneri (e poche “ingegnere”, soprattutto, viene rimarcato), molti informatici, il problema insomma è più sulla gestione della tecnologia e sulle modalità per convincere gli imprenditori ad investire in questo settore che nella mera scrittura delle linee di codice.
La tematica del “digital divide” viene trasposta in un dominio inedito: in Francia, le connessioni “haut dèbit” o “très haut dèbit” sono numerose, e costano poco (non stiamo certo in questa sede a sottolineare ancora le differenze di prezzo dello stesso prodotto “Alice” nello Stivale e nell’Esagono). Ovvio allora che il problema si trasli altrove: il muro qui è più tra la ristretta cerchia degli “iniziati”, coloro che dominano la tecnologia (anche se talvolta finiscono per farsi dominare), e quelli che come utilizzatori se la cavano magari anche, ma che non hanno voglia di capire cosa sta dietro al messaggino che parte dal cellulare o alla telefonata via Skype.
Ça va sans dire che questi ultimi sono la stragrande maggioranza, con sommo dispiacere dei nostri relatori.
Si sprecano dunque slides per stigmatizzare le differenze di approccio Francia (più latamente: Europa, mi sento di poter dire) – Usa, la mancanza di ricerca applicata (ah, rieccola!) e la mancanza di sforzi europei per formare dei managers in ambito IS (Information Systems).
Le soluzioni. Già, le soluzioni.
“Je cherche (cerco) l’Humboldt du (del) 2007”, finisce retoricamente un professore universitario evidentemente poco felice dell’ultimo quinquennio chiracchiano. Premessa: lord Von Humboldt è il tizio che, riformando l’università di Berlino nel 1809, ha di fatto posto le basi al sistema universitario così come lo conosciamo oggi, con le varie distinzioni umanistico-scientifiche, i dipartimenti e compagnia bella. L’Humboldt che il docente cerca, dunque, è l’innovatore capace di riscrivere i paradigmi ed i confini delle scienze dei bit: andare oltre la logica binaria dello zero-uno, e rivolgersi al Nanotech, Biotech, abbattendo muri piuttosto che erigendoli-esigendoli. E badate che il docente in questione non è un pazzo visionario che vive nel suo mondo teorico ed ipotizzato: pensate che si è fatto costruire apposta un software capace di riconoscere i pezzi di compiti/tesi/progetti copiati e incollati dalla rete. Piuttosto pragmatico, dunque. Dalla sua esperienza empirica ha tratto anche delle stime: il 10% dei suoi studenti fa un uso scriteriato del “Cut and paste”, senza neanche scomodarsi a stare evidentemente a leggere quello che sta copiando. Un altro buon 25% copia citando le fonti; il 40% se ne “dimentica” qualcuna. Il conto degli onesti è presto fatto.
La signorina che ci presenta le virtù dell’école d’Ingénieur “Supèlec” (che forma “ingegneri generalisti”, qualsiasi cosa questa stramba locuzione significhi) ci ricorda il caso del MIT (la famosa università americana che ha piazzato tutti i suoi corsi online), avvertendoci però che in mezzo a tantissima qualità c’è anche qualche corso davvero approssimativo. E che comunque avere il materiale a disposizione non vuol necessariamente dire apprenderlo.
La parola passa poi alle imprese, in un passaggio di testimone che anche qui si augurano evidentemente non essere solo metaforico. L’accento ora è subito posto sulla produzione: amministratori delegati e responsabili di sistemi informativi ci ricordano prima di tutto l’importanza dei server, e la mancanza di investimenti europei in questo senso (mentre Oltreoceano Google, Amazon, Yahoo ed Aol fanno a gara a colpi di miliardi di euro per accaparrarsi la maggiore potenza di calcolo possibile), ed ancora lamentano la frattura tra università ed imprese, che, nel Belpaese come in quello un po’ meno bello, faticano a capirsi.
Tornando all’argomento principale, si cerca di permutare la filosofia partecipativa del Web 2.0 in ricette aziendali: mettere in condivisione i saperi attraverso la tecnologia, facilitare la comunicazione, incentivare la collaborazione per progetti, per funzioni o per clusters, ma anche usare i nuovi canali per comprendere meglio i bisogni dei clienti, che non sono mai stati così chiari come oggi ai tempi di Google e dei blog (“Non c’è neanche bisogno di innovare: ci penseranno i vostri clienti”, arriva a dire un responsabile marketing). C’è anche lo spazio per storie incredibili di cui ci permettiamo di dubitare: una delle menti che sta dietro a “Quaero”, il motore di ricerca europeo - ancora in fase di sviluppo – così fortemente voluto dal presidente Chirac, rivela che ai tempi in cui era consulente di Altavista – correva l’anno 1997 –, suggerendo al patron dell’impresa di acquistare “quel motore di ricerca interessante prodotto da quei due ragazzi di Stanford”, si era sentito dare del “coglione” (traduco letteralmente), e del “francese che non ha capito niente dell’America”. Inutile raccontare com’è andata a finire.
Certo, è difficile debellare il legittimo dubbio della leggenda metropolitana, ma rimane comunque un’edificante morale, che è quella che anche le PMI possono – devono - pensare in grande. E se il fine giustifica i mezzi, una “True lies” al nostro amico possiamo anche perdonarla.
Ma la chicca, come spesso accade, arriva in zona Cesarini. Quando prende la parola Monsieur André-Yves Portnoff, tutti i pensieri lasciati a metà paiono trovare finalmente il loro sbocco. Con una dialettica incantevole ed una chiarezza disarmante, il ricercatore franco-italo-russo, nato chimico, smonta il problema generale secondo sezioni precise, sintetizzando in tre tagli le difficoltà tutte francesi a superare l’impasse attuale.
Numero 1: il pensiero di Descartes (il citato ci guarda, stupito, dalla parete sinistra della sala, fulminando l’interlocutore col suo sguardo trapassante e, ahinoi, trapassato). “E’ difficile ammettere che funzioni un sistema come il peer-to-peer, quando tutta la nostra storia si basa su un pensiero piramidale, centralizzato. No, Internet non può funzionare, non ha un centro, non esiste!” finisce urlando in preda a palpitazioni retoriche ed ironiche.
Numero 2: l’arroganza. “Il professore universitario è una persona formata, ovviamente, e dunque arrivata. Non c’è nulla di nuovo che egli possa imparare, tantomeno da fonti poco autorevoli, non controllate come Internet. Nuove forme di sapere, ancor peggio se non validate, non sono concepibili”. E’ qui che Portnoff raccoglie la maggior parte dei suoi applausi, quando afferma di non sopportare la gente che pretende di mettere dei “preservativi culturali” nella gestione della Rete. Tutto questo, detto da un uomo che è più vicino ai 70 che ai 60, scatena in un animo giovane moti di speranza che credevi sopiti.
Numero 3: un termine difficilmente traducibile in italiano che spero ci perdonerete se rendiamo con un inesatto “Malafede”. “La malafede che ci porta a vedere nemici e concorrenti ovunque, la malafede che ci impedisce di collaborare, e dunque di usufruire del primo dei grandi benefici di Internet e del web 2.0: l’annullamento dei costi di transazione”. Anche qui l’applausometro rischia di esplodere quando il professore smonta le tecniche belliche francesi: “Abbiamo fatto la Maginot, ci sentivamo al sicuro, vero? Ecco, e i tedeschi cos’hanno fatto? Ci sono passati intorno. Questo no, non l’avevamo calcolato!”. Ed ancora: “Noi facciamo le regole, gli altri vincono”.
L’analisi muove infine all’azione: nella società dell’immateriale, le strategie vincenti passano per il capitale relazionale, quello che non si contabilizza in conti economici e stati patrimoniali, nelle reti dinamiche (ma non nelle fusioni, perchè “due navi che imbarcano acqua se si mettono assieme vanno a fondo più velocemente”), in una politica industriale che deve avere come unico obiettivo quello di reindustrializzare l’Europa, unica vera ricetta per evitare di spostare altrove officine ed economie del mondo, come purtroppo sta già avvenendo, e forse è già avvenuto. Senza avere paura degli altri, perchè come insegna Michael Dell “anche i fornitori possono essere tuoi amici”.
E la costruzione favolistica del suo impero dei Pc da zero ci ricorda, novello Esopo, che i più grandi sogni sono quelli dei bambini. E alla fine, dalla montagna di idee sopravviveranno solo quelle che avranno meno paura di mettersi in gioco, nel mondo là fuori.


A fine lavori, l’Andese ha avanzato infine le sue 10 proposte formativo-industriali per correggere l’attuale trend delle organizzazioni in ambito IT. Alcune sono forse ridondanti, ma hanno l’indubbio pregio di essere concrete. E’ per questo che ho deciso di sottoporle alla vostra attenzione. Prendetelo come “free lunch” finale.

(Piano Macroeconomico)
1. Misurare in maniera affidabile gli investimenti IT.
2. Misurare in maniera affidabile le spese IT.
3. Misurare in maniera affidabile il contributo degli investimenti IT e TLC alla crescita del PIL.
4. Rinforzare gli investimenti in Ricerca & Sviluppo nel dominio IT associando gli attori del pubblico e del privato
5. Attivare iniziative a livello europeo in materia di generalizzazione degli utilizzi del Web 2.0.

(Piano Microeconomico)
6. Incoraggiare l’innovazione tramite politiche pubbliche del tipo “Small Business Act” (“Una delle poche cose che salvo dell’era Chirac”, Nota di Portnoff) per finanziare investimenti per gli utilizzi informatici.
7. Generalizzare gli utilizzi del Web 2.0 nel sistema educativo a tutti i livelli scolastici per l’anno scolastico 2007.
8. Generalizzare i metodi di analisi del valore propri dell’ambito IT e IS (cfr. Mareva, ValIT, Afav)
9. 250 euro di sovvenzione per impiegato all’anno alle aziende che metteranno a disposizione dei loro primi 200 impiegati i servizi del Web 2.0.
10. Creare un “Osservatorio delle buone pratiche” per gli utilizzi IT che si riferiscano alle Best Practices del settore.
Filippo Lubrano
 
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