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Game over? No, lacrime in diretta…
Molko80
5 Febbraio 2007 ore 19:44, (Notizie: Editoriali)


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“E anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”, diceva Faber. Il "muro dell'odio" non divide gli ultras dai bravi ragazzi perchè l'intolleranza è figlia di un'educazione sbagliata fin dai primi anni. E il calcio che c'entra?
LA SPEZIA - Sono diventati tutti esperti. Parlano di tifo, ultrà, cortei, volti coperti, dinamiche di curva come se il fenomeno fosse ormai definito, spiegabile all’’interno di un libro, di una rivista o di un articolo, anche questo. Ho aspettato a spiegare il mio punto di vista sui fatti di Catania (e sulle conseguenze, soprattutto) non solo per il rispetto dovuto a chi è morto tragicamente ma anche per non contribuire ad un’orgia mediatica, specie televisiva, che invece di chiarificare le cose, contribuisce alla già troppa confusione degli accadimenti. Spettacolo stucchevole, a tratti riprovevole.

Il perché è presto detto: in questi tre giorni ognuno ha detto la sua, stilando ricette più o meno condivisibili (in parte mi ci ritrovo anch’io) come se il fenomeno fosse inscatolabile, o peggio, si limitasse soltanto ad essere un’aberrazione della società. Perfino "L'Italia sul Due”, il programma che apre il pomeriggio della seconda rete pubblica, un concentrato di pettegolezzi, corna, crisi familiari, cazzate soprattutto, oggi ha dedicato l’intero programma alla violenza "negli stadi”. E già quel "negli” è il primo madornale errore: perché in Italia dalla metà degli anni ’90 gli scontri avvengono fuori dagli impianti con buona pace di chi inquadra il problema soltanto nella necessità di nuovi strumenti di sicurezza come le telecamere a circuito chiuso, il numero di entrate disponibili, le aree di filtraggio, i famigerati tornelli, i biglietti nominali. Con buona pace di chi sbandiera il "modello inglese” omettendo di raccontare pestaggi a sangue, bicchierate di birra nella faccia, tutto intorno all’evento. Intanto dal vertice di palazzo Chigi emergono le prime misure: "Tifosi solo in stadi a norma, basta blocchi di biglietti venduti ai tifosi ospiti", tuona Amato. Decisioni abbastanza prevedibili ma basteranno? E soprattutto, cosa che ci riguarda da vicino, verrà effettuato in questi giorni un controllo sugli stadi che eludono l'obbligo dei tornelli d'ingresso rimanendo sotto la soglia dei 10mila spettatori. Secondo le nostre fonti il "Picco" è in regola, unico appunto è la recizione esterna, ma bisogna vedere, con l'inasprimento comprensibile dei parametri, come verrà valutato lo stadio di viale Fieschi.



Mi schiero tra quelli che pensano che la violenza "intorno al calcio” non sia un problema prettamente legato al pallone (come si fa a fermare i campionati giovanili, che colpa ne hanno i bambini? Semmai i genitori...) ma c’entra ancora una volta con le gravi contraddizioni di una bestia strana che è l’uomo. Perché il giorno prima sei a Pisa in un corteo di tifosi e mentre vieni scortato dalla stazione di San Rossore allo stadio "Arena Garibaldi” ti lascio andare a gesti incredibili, parolacce, dita in alto e quant’altro; e ventiquattro ore dopo scendi dal treno per andare all’università, stesse strade, qualche segno della battaglia del giorno prima ma non ti viene in testa di fare gestacci, cori contro le persone alle finestre. Eppure sei sempre tu, il maleducato e lo studente, l’ultras e il laureato. Un ragazzo normale comunque (forse).

Chi ha fatto parte di un corteo di tifosi almeno per una volta credo possa capire cosa voglio dire. Qui il calcio non c’entra ma il paradosso è che chi decide non conosce queste dinamiche, sempre in evoluzione e quindi bisognose di essere monitorate continuamente. Non soltanto dopo l’ennesima morte sul campo. Come si fa a cambiare le regole senza conoscere il problema, senza capire nemmeno lontanamente che non esiste un ragionamento logico per spiegare una guerriglia urbana per fatti di calcio? Perché la curva rispecchia fedelmente la società in cui tutti i giorni sguazziamo, anche se qualcuno queste cose non le vuole sentire e rimane alla superficialità della questione. Una guerriglia come quella di venerdì sera in Sicilia mi ricorda tanto le cosiddette guerre giuste…non c’è nulla di sensato verso la privazione della vita altrui e qui lo sport nulla c’entra. Tutti cercano un capro espiatorio, io la chiamo intolleranza: la stessa che trovi ai semafori dove ci si insulta come cani senza conoscersi, la stessa che vedi nelle scuole dove il taglio sociale è sempre più inesorabile e poi ci si meraviglia di bullismi e affini, di ragazzetti viziati che gridano di tutto ad una donna di colore. A Migliarina, mica a Catania...

L’intolleranza regna ovunque, non solo sugli spalti di calcio, è questo il grave.

Ne ho sentite di tutti i colori in questo triste weekend, in generale noto che molti parlano della violenza come un fenomeno che non li tocca, perché "è la fuori”: per non parlare dell’ipocrisia con cui stamane è stato messo in onda in diretta il funerale del carabiniere Filippo Raciti. Ma che senso ha? Pensate che chi ha compiuto certi gesti ci pensi su e faccia pubblica ammenda? Il problema è che si dà peso al contorno, alla tragedia in sé, ai catanesi che celebrano Sant’Agata con la piazza ancora insanguinata invece di fermarsi davanti a tanto. Alla "lacrima in primo piano”, per dirla alla Gaber.

Ricordo nitidamente quando perse la vita Vincenzo Spagnolo in un Genoa-Milan del 1995, tristemente indimenticabile: quel giorno Matarrese, Nizzola e Campana dissero: "Fermiamo i campionati!". Oggi muore Raciti e Pancalli, Matarrese e Campana urlano: "Fermiamo i campionati!"... E in dodici anni cosa è cambiato? In realtà non ci credono nemmeno loro, basta ascoltare le parole odierne di Matarrese che, forse incalzato da certi presidenti ma soprattutto da chi detiene i diritti tv, ha detto che "lo spettacolo deve andare avanti”.

Riflettiamo sul perché lo stadio è considerato una sorta di zona franca dove tutto è permesso, sul perché devono esistere delle separazioni tra i tifosi locali e ospiti (pensateci, senza barriere verrebbe meno la logica della contrapposizione a priori) o perché si continuano ad organizzare treni speciali cambiando il modo di definirli ma con i medesimi problemi di un tempo. Riflettiamo sulle scritte di Livorno, assurde quanto ingiustificabili. Tutto questo si può risolvere intraprendendo due strade parallele: la prima è quella di una nuova legge sugli stadi (e le parole odierne di Amato sembrano andare in questa direzione), senza perdere ulteriore tempo ma pensando bene a ciò che si decide; la seconda esula dal calcio e interessa la cultura del rispetto, la lealtà umana prima ancora che sportiva. E' un lavoro molto più difficile che darebbe i suoi frutti nel tempo, verso le nuove generazioni.

Credo che alla base della violenza di gruppo ci sia la forma di appartenenza al gruppo stesso: perché, signori, in tutta onestà, la tanto citata "mentalità ultras” prevede fra i tratti fondamentali lo scontro fisico con l’avversario che può essere la tifoseria dell’altra squadra o la polizia. E’ quello che differenzia l’ultras dal tifoso, ed è qui che inizia il problema: dallo schiaffo, alla bastonata, dal coltello alla bomba, perché la violenza è una delle caratteristiche peculiari e, secondo questo assunto, sottrarsi allo scontro significa perdere di credibilità all’interno del movimento. Ecco il punto. L’atteggiamento che i gruppi hanno verso la polizia è inaccettabile e stupido anche perché la battaglia non può essere che impari: non si rendono conto che hanno capacità logistico-militari imparagonabili e che sono tollerati fino ad un certo punto prima di una reazione, alle volte ferma e intelligente, altre volte meno ma dall’altra parte spesso esiste una provocazione continua, ingiustificabile verso chi sta facendo il proprio mestiere.

Giancarlo Padovan, direttore di Tuttosport, ha spiegato in maniera chiara il concetto che mi preme far passare, raccontando di un’intervista di qualche anno fa con Gianfranco Zola, campione italiano che conosce l’Inghilterra ormai in profondità dopo sette anni al Chelsea. Ebbene Gianfranco spiegava a Padovan come la materia "educazione civica” fosse assolutamente centrale (per numero di ore e importanza) negli studi primari dei suoi bambini che a Londra frequentavano le scuole statali. Ma, ed è qui che sta una delle differenze sostanziali, all’educazione civica in Italia viene riservata un’ora alla settimana tra una versione di latino e la Divina Commedia: spesso non viene nemmeno insegnata oppure viene usata per ripassare l’interrogazione dell’ora dopo. Torniamo alla tolleranza, al rispetto del diverso che inizia sui banchi di scuola e più tardi investe la vita tutta, anche nelle scuole calcio dove si dovrebbe insegnare soprattutto a divertirsi con gli altri.

Ma ora come si fa a dire che il calcio è finito? E’ come quando in un cantiere muore un operaio per mancate regole di sicurezza: mica possono chiudere tutte le fabbriche perché "così non si può andare avanti"? Il problema va risolto veramente aldilà del giusto ricordo di chi perde la vita al servizio dello stato. Meno indignazione più voglia di cambiare le cose: ma c’è veramente questa volontà?

E qui mi sovviene un’altra questione, cara anche al giornalista Franco Rossi: sette giorni prima in Calabria era stato ucciso un dirigente una società dilettantistica. Perché allora non ci furono le reazioni della Melandri, di Pancalli, di Campana e di tutti quei personaggi che oggi salgono sul carro funebre dove c’è il corpo di un povero innocente?





Dopo tre giorni di indignazioni, pianti e buoni propositi arriva in serata la notizia che domenica si giocherà. "The show (o the business) must go on"...

Molko80
 
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