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L’innovazione parla ligure, non spezzino
Filippo Lubrano
3 Novembre 2006 ore 16:50, (Notizie: Editoriali)


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In corso d’opera a Genova la quarta edizione del Festival della Scienza: continua l’apertura fuori dai confini del capoluogo. Ma guarda a Ponente.
C’è, in Italia, quest’opinione diffusa che la creatività sia roba ad appannaggio esclusivo di poeti ed artisti. Difficile che all’icona di “creativo” nell’immaginazione collettiva venga associato uno scienziato alla Einstein (che, pure, è l’uomo che più ha sconvolto il ‘900, non solo dal punto di vista scientifico) od un manager: più diffuso che si pensi ad un pittore, ad un musicista, ad un attore ad un regista.

Come se la creatività fosse solo figlia della folgorazione, dell’Eureka!, di un’estasi da poco, una tantum. Come se il metodo le fosse estraneo; esclusivo, quasi.

Contro questo pregiudizio capitale della cultura italiana (in Giappone, che ci crediate o no, gli scienziati sono star da televisione, e non necessariamente perché accompagnati da Miss Padania), si stanno muovendo con sempre maggiore interesse i governi di ogni segno e bandiera: un po’ da tutte le parti, pare essere filtrato il messaggio che il Paese dei Santi, Poeti e Navigatori ha bisogno anche di ingegneri e ricercatori capaci di innovare e creare produttività, per costruirvi sopra il proprio Prodotto Interno Lordo, e tutto l’indotto che ne deriva.

Come a dire: inutile l’artista, se non c’è il mecenate a sostenerlo.

La Liguria pare essersi posta come principale propugnatore di questo concetto: se con il Festival della Mente Sarzana, dall’istmo più estremo della nostra regione, aveva iniziato a muovere le acque, accostando Odifreddi a Bertolino e Sylos Labini a Benni, il Festival della Scienza pare avere dato lo scossone definitivo.

Due settimane di appuntamenti fitti fitti, tre premi Nobel come biglietto da visita, il primo dinosauro “italiano” come mascotte e un pool di sponsor di prim’ordine coinvolti anche attivamente (è il caso di Telecom) nell’opera di divulgazione – perché di tale, in fondo, si può parlare – pongono Genova come motore “mobile” di questa nuova tendenza.
La sorpresa, in tutto ciò, è che il sistema funziona: nella prima settimana, oltre 51.000 visitatori hanno preso d’assalto i vari eventi della manifestazione, saturando ben presto l’offerta di biglietti, spesso diversi giorni prima e direttamente da online ( FestivalScienza.it è il sito davvero ben strutturato dove effettuare prenotazioni ed avere tutte le informazioni del caso).

Ma che la Scienza potesse anche essere prodotto vendibile (anche se questo porta sé quel fenomeno inevitabile di “spettacolarizzazione”, che è tanto spinto negli States quanto detestato in Europa) se n’erano accorti un po’ tutti già da un pezzo: non è un caso infatti che già dallo scorso anno il Festival sia straripato anche aldilà del cono di luce della Lanterna. Savona e persino Imperia hanno già allungato i loro tentacoli sulla manifestazione: Albenga, Finale Ligure, Campomorone ma anche Sanremo - che di Festival famoso ne ha già uno, ma evidentemente, e giustamente, non gli basta – hanno bussato alle porte genovesi. E hanno trovato una mano tesa, disponibile a dividere tranci di una torta sempre più ambita, la cui ricetta è ogni giorno di più al centro di imitazioni in tutta la penisola.

Ma il festival genovese è e rimane il pioniere, e come tale merita tutte le attenzioni ed i corteggiamenti che sta avendo. 5 filoni di massima (nuovi materiali e nanotecnologie, le origini del linguaggio, clima ed ambiente, l’evoluzione e lo sviluppo della vita sulla Terra, etica robotica – fino a qualche giorno fa, roba da Asimov!) declinati in una serie di incontri di vario genere, che vanno dalle esperienze sensoriali (prendete nota: è il futuro dei musei, anche qui, volenti o nolenti) alle piéces teatrali (c’è persino la prima di un film su Turing), passando per appuntamenti riservati ai più piccoli, veri e propri laboratori fino ai più classici seminari e conferenze: questa la formula, oggi più che mai vincente, del Festival della Scienza.

Il modello vincente ha un refrain tanto noto quanto difficile da applicare, pare: impollinare di sapere (in questo caso: scientifico) ed innovazione tutta una città, e non solo: non sono rari i casi di “salto della staccionata”, ovvero giovani ragazzi universitari che l’anno scorso erano tra il pubblico o nello staff organizzativo ed oggi sono lì, davanti a tutti, a presentare con un certo orgoglio (come dar loro torto?) le loro creazioni, con il palcoscenico tutto per loro.

Un palcoscenico ambito (anche dai relatori, che sempre più di frequente chiedono di parteciparvi: ma la selezione è dura), in cui purtroppo manca un’unica provincia ligure: la nostra. Un vero peccato, perché Comune ed enti privati attuali forse pagano i debiti di chi li ha preceduti, ma tant’è: il marchio “La Spezia” altrove è spesso percepito come sinonimo di arretratezza, di mancanza di prontezza di riflessi. Qualcosa sottopelle si sta muovendo, ma per domare il cavallo buono, quello dell’ICT, serve ben altro. Scrollarsi di dosso l’etichetta della provincia del ritardo è la scommessa chiave per la Spezia del prossimo decennio.

Filippo Lubrano
 
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