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Il crumiro spaesato
Filippo Lubrano
6 Ottobre 2006 ore 00:21, (Notizie: Editoriali)


Attenzione: notizia della testata giornalistica "Spezialmente", attiva dal 7.4.06 all'11.4.08


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Scioperi, cortei e girotondi: quando protestare diventa una moda. Ecco perché Spezialmente non aderisce al secondo sciopero in una settimana dell’informazione.
L’ultima volta è stata sabato scorso. Sciopero fittizio, perché al Picco per Spezia-Napoli la carta stampata c’era tutta, impomatata e incravattata, a bere prosecchi nell’area hospitality e lumare le hostess, ché il calcio non è mica un lavoro, diamine, e vorrei ben vedere che per uno sciopero ci si perde la partita.

Le motivazioni erano condivisibili, e ci è sembrato doveroso per una redazione giovane come la nostra aderire ad una sollevazione tesa a porre l’accento sulle immani problematiche di retribuzione e professionismo che avvolgono la realtà giornalistica italiana, e locale nello specifico. In questi casi, normalmente le redazioni online tendono a sfruttare lo stop della carta stampata per acquisire nuovi lettori. E così è stato, difatti, anche stavolta, per diversi altri.

Una settimana dopo, l’informazione torna a fermarsi, e lo fa per due giorni consecutivi. Se la redazione di Spezialmente, questa volta, se ne tira fuori, è questione di forma, certo, ma anche di sostanza.

C’è una frase di J.F. Kennedy che mi sono segnato da una parte, su un foglietto in un luogo caro, per evitare che il tempo veloce della memoria la cancellasse. E’ una frase semplice, forse da retorica politica, ma se è vero che repetita iuvant, forse questa è bene leggerla più di una volta. La frase, vado a spanne, ché il luogo a me caro è lontano, suona più o meno così:

"Non chiederti cosa il tuo paese può fare per te, ma ciò che tu puoi fare per il tuo paese

Reclamare i propri diritti e manifestare per difenderli è atto nobile, presa di coscienza inferiore per forza di messaggio forse solo al voto. Ma farlo senza sforzarsi di capire la mancanza di alternative, ed i problemi alla base: questo è imperdonabilmente colpevole.

Prendo a pretesto quello che mi pare più un modo per prendersi due giorni di vacanza bonus che l’occasione per una profonda riflessione sulla crisi di un mestiere, per allargare il discorso. Scioperi nella nostra vita ne abbiamo fatti a decine, specie nell’età buona dei licei, quando bastava un animale in via d’estinzione per far circolare volantini, e via tutti dal cancello quando suona la campanella, che ci si vede in piazza Europa con le sciarpe sulla bocca e le bandiere in mano, i fiati che si intrecciano intorno a un’ideale. E tutta la forza che ne deriva. A volte erano anche scioperi consapevoli, in cui valeva la pena credere. Nella restante maggioranza dei casi, trattavasi di forcata generale – esperienze formative pur da vivere, sia chiaro: non le biasimo, solo le analizzo -, più che di rinuncia al diritto alla formazione.

Ecco, quello che vedo intorno a me, spesso mi fa tornare in mente i tempi del liceo: ci si lamenta del precariato, ma chi sa poi definire cos’è il cuneo fiscale? Si equipara l’alienazione da call center al taylorismo del Charlie Chaplin di Tempi Moderni, ma chi può dire di possedere una valida alternativa?

Sulle cause profonde della recessione economica che si avverte nel Vecchio Continente, ed in Italia in particolare, è difficile mettersi d’accordo. C’è chi pensa che ce la meritiamo, perché in fondo con la Globalizzazione finchè ci andava bene ce la siamo spassata per un pezzo, c’è chi pensa sia colpa degli extracomunitari e dei cinesi-che-copiano-tutto, ché un capro espiatorio fa sempre comodo, in tempi di guerra come in quelli di pace, e se non c’è ci se lo inventa.

Il dato di fatto è che la crisi congiunturale rischia di farci sprofondare parecchio in basso, se è vero che la gara sulla competitività a Palazzo Chigi si fa ormai più sul Botswana che non sul Giappone. E allora, forse è il caso di rimboccarsi le maniche, di capire e studiare e riflettere, per poter poi agire. In maniera consapevole.

Il processo non è – ancora – irreversibile: si ritorni ad interrogarsi circa i perché, ci si riunisca in fora come una volta, ci si documenti, cristo, prima di parlare, una buona volta. Poi, che si torni anche in piazza, magari Brin, a far sfilate e cortei, ma con in mano risposte insieme agli slogan, soluzioni al posto di palliativi: allora i crumiri saranno i vili da emarginare, allora tutto questo potrà avere un senso. L’alternativa, ad oggi, è tetra, e già sa di futuro. Il passo è breve: a forza di girotondi, il pericolo è che si diventi il paese delle emicranie.

Filippo Lubrano
 
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