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La Spezia vuole tornare ad essere jazz
Elena Voltolini
9 Dicembre 2010 ore 13:52, (Notizie: Cultura & Spettacolo)
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Il festival del jazz più longevo d'Italia e i suoi fasti, poi la colpevole mancanza di un progetto di rinnovamento e l'oblio, e oggi la volontà di rilancio: la storia, e il futuro, del jazz spezzino visti da Matteo Cidale



Che cosa significare fare jazz?

Credo di parlare un linguaggio che alle volte può rimanere isolato, nel buio, e quasi dimenticato, ma è l'unico linguaggio che io conosca. Il jazz per me è un amore spassionato che dura da quasi 16 anni. Anni di grande impegno e di molteplici soddisfazioni; tante ormai le volte che ho suonato in pubblico, spesso con un'emozione palpabile, evidente, che negli anni è rimasta e rimane viva, anche se maturata .Ogni applauso non è un traguardo, ma una nuova partenza.
A partire dal Jimmy Wood Awards 2009 sino al recente concerto all’Auditorium Parco della musica , nel contesto del Roma Jazz Festival che riuniva i vincitori dei più importanti concorsi italiani per jazzisti, passando , ancora, per il Tuscia 2010 e la vittoria, nuovamente, come miglior batterista ed anche miglior gruppo. Gli ultimi due anni sono stati quindi caratterizzarti da un duro lavoro,un percorso in salita, ma alla fine ripagato da una crescita musicale e anche umana.
Merito delle molteplici collaborazioni, dei tanti insegnamenti che ho saputo cogliere suonando con i maestri del genere e di tutto ciò che questi grandi musicisti hanno saputo trasmettermi.


Il Tuscia è stato senza dubbio il crocevia della tua carriera musicale, così come lo è stato per altri giovani. Tanti sono emersi proprio da lì. C'è una ragione particolare? C'è una concezione particolare del jazz e del futuro di questo genere?

Fondamentale per me è stato ed è Italo Leali, direttore del Tuscia in Jazz, ed ora anche grande amico, che ha creduto nelle mie capacità dandomi la possibilità di poter vivere il jazz a pieno. Al Tuscia in Jazz ho trovato un ambiente dove la musica è al centro di tutto e persone capaci di valutare il talento dei giovani musicisti. Una realtà innovativa e con una visione differente del jazz. Un jazz che ritorna alle sue origini e ritorna ad essere musica popolare e alla portata di tutti. Un sistema dove i concerti dei grandi artisti si uniscono alla formazione dei giovani e alla produzione musicale di nuovi progetti e dischi. Insomma, un festival che esporta musica invece di importarla.

A proposito di progetti e dischi, ne hai uno in cantiere, con il quintetto con cui hai vinto il Tuscia,,,

Sì, ci è stata data l'opportunità di aprire, il prossimo aprile, il Ronciglione Festival e di registrare, in quell'occasione, un disco live. Per questo dobbiamo ringraziare, oltre ad Italo Leali, tutto lo staff del Tuscia in Jazz, partendo da Giorgio Rosciglione, presidente del festival ed uno dei più importanti collaboratori di Ennio Morricone, per finire con Mauro Dolci direttore artistico dell’etichetta e storico musicista con alle spalle collaborazioni con artisti come Chet Baker, Renzo Arbore e Ornella Vanoni solo per citarne alcuni.

Insomma, si concretizza ancora una volta quello di cui parlavi prima: grandi artisti ed esperti di jazz che credono nei giovani e ne promuovono la musica. Diciamo, una visione lungimirante del jazz e del fare jazz. E invece alla Spezia, dove la tradizione di questo genere è sicuramente più antica, qual è , oggi, la concezione del jazz?

Credo che jazzisticamente la città della Spezia non debba invidiare niente a nessuno. Il festival del jazz della Spezia è il più longevo d’Italia e nei suoi oltre quarant'anni di storia ha ospitato i più grandi musicisti del panorama mondiale. Il merito di tutto questo è stato di Tiberio Nicola, fondatore ed anima del festival per oltre 30 anni. Un uomo che ha dedicato tutto alla sua passione per il jazz senza mai pensare ad un ritorno economico e d’immagine.
Purtroppo dalla sua scomparsa nessuno ha saputo prendere il suo posto, fermo restando figure importanti come Matteo Piazza, non ci è stato un rinnovamento generazionale nè un progetto articolato a lunga scadenza.
Sono nate in questi anni alcune associazioni, ma non sono state in grado né di formare un nuovo gruppo di lavoro, né tanto meno di lanciare giovani sulla scena nazionale.

Perchè secondo te?

Perchè sono composte da personaggi legati alla politica, che non hanno nessuna conoscenza del jazz. Io e Leonardo Corradi ne siamo la prova lampante. Per trovare fiducia e sostegno abbiamo dovuto “emigrare” al Tuscia in Jazz ed è solo grazie a loro se oggi abbiamo la possibilità di suonare o incidere dischi. In quell’ambiente abbiamo trovato una nuova famiglia e una professionalità di altissimo livello, figlia di un lavoro fatto sul campo, da gente del settore, e non da improvvisati organizzatori o personaggi in cerca di visibilità


Insomma, secondo te, un grande passato, un presente anonimo e …. per il futuro?

Credo che anche La Spezia meriti un organizzazione simile a quella mostrata dal Tuscia. Penso che anche nella mia città ci sia bisogno di un rinnovamento, un'apertura generazionale alle nuove proposte e a quelle realtà spezzine che hanno un vero attaccamento al jazz. Molto spesso si fa riferimento al passato e ai grandi nomi che hanno scritto la storia del jazz spezzino, ma bisogna andare oltre.
Per farlo bisogna prendere spunto da tanti festival, come il Tuscia, che hanno fatto scelte coraggiose e innovative e le stanno portando avanti.



E qui? Si sta muovendo qualcosa?


Sono fiducioso. Credo che il CAMEC e Cinzia Aloisini, a cui va il mio ringraziamento per quello che sta facendo per salvare il bagaglio storico di questo nostro festival, sapranno fare scelte giuste per il futuro traghettando nel terzo millennio il festival jazz della Spezia, con una impronta nuova. Gli spezzini, specialmente i musicisti spezzini, hanno bisogno di un loro spazio e di una loro vetrina.
E’ cosi che si crea, secondo me, un vero festival e si formano le nuove generazioni. Non come succede in molte altre realtà italiane dove si dà spazio spesso solo a giovani provenienti dall’estero e dagli Usa, solo per citare gemellaggi che a nulla portano se non togliere ulteriormente spazio ai giovani musicisti italiani.
Il jazz è di tutti, il jazz è musica popolare, lo è sempre stato.
Diffido da chi usa il jazz come ''distrazione di massa'', non creiamo elite, non strumentalizziamolo.
Chi lo ama veramente lo rispetta, tiene alla tradizione, ma apre le porte alla modernità


Che cosa manca ancora alla Spezia perchè torni ad essere, davvero, un punto di riferimento per il jazz italiano e non solo?

Manca un tessuto, un filo conduttore, tra musicisti, addetti ai lavori e gestori di locali, lasciati spesso soli nell'organizzare eventi.
Il percorso non è difficile, basta intraprenderlo, ci sono tante persone, tanti musicisti, tanti addetti ai lavori e sopratutto tanti giovani che sono in attesa, nella speranza di dare un forte contributo alla cultura, alla musica e sopratutto al Jazz.


Sei ottimista? La Spezia può riuscire a recuperare il tempo perso e tornare “patria del jazz”?

La speranza è viva e come dice qualcuno è anche l’ultima a morire.


Questa è una storia di jazz e una storia del jazz spezzino e, come ogni pagina di storia, da quella dei grandi fatti a quelle delle vicende locali, si presta, ovviamente, ad essere scritta ed interpretata in modi diversi. Qui c'è spazio per il confronto e il dibattito costruttivo, con l'obiettivo di valutare a posteriori le scelte fatte e di cercare il modo per fare sì che il Festival del Jazz della Spezia torni ad essere fucina di talenti e far sì che quando si parli di Festival Jazz torni, di nuovo, a venire in mente anche La Spezia
Elena Voltolini
 
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